“Gestione sostenibile delle foreste”, dove quel “sostenibile” serve a nascondere i gravi danni che stiamo arrecando alle foreste e alla nostra biosfera.

Le foreste del pianeta, sia che si parli di quelle temperate che di quelle tropicali, sono verdi ambienti variegati e meravigliosi, scrigno di biodiversità e regolate da meccanismi complessi e perfetti ad un tempo.
Tanto complessi che ancor oggi non siamo in grado di comprendere appieno quelle fittissime ed intricate maglie di relazioni che permettono la coesistenza di migliaia e migliaia di specie ( Cazzolla Gatti).
Quello che è certo ed anche provato è che “la foresta vive di vita propria” e, contrariamente a  quanto affermato dai dottori forestali, anche accademici, l’ecosistema forestale non ha bisogno di alcun tipo di gestione, seppur sostenibile, aggettivo troppo spesso usato per giustificare ogni tipo di taglio, selettivo o meno, che serva comunque a reperire legno e cellulosa per l’uomo, le sue industrie e le sue multinazionali.
Per quel che riguarda le nostre foreste locali, quelle temperate per le quali, come si sa, le minori temperature e la minore umidità non consentono comunque quel rigoglio di biodiversità che troviamo ai tropici, si è spesso scritto come a tutt’oggi esse siano in netta espansione (il satellite sembra confermarlo…), essendosi ridotto lo sfruttamento delle risorse legnose per i ben noti motivi (bruciatori a gas, materiali in tufo, mattoni, pietra, materie plastiche, ecc.).
Ma a ben vedere, a fronte di una analisi più approfondita ed affidata ad ecologi invece che ai dottori forestali ( la cui formazione culturale è esclusivamente orientata verso un approccio gestionale della foresta ), ha recentemente dimostrato come copertura maggiore non sia sinonimo di maggiore qualità.
A parte che alle nostre latitudini oggi troviamo sempre più spesso boschi di quercia, di pino, di abete, nei quali tali specie la fanno da padrone in barba alla varietà instauratasi nei millenni successivi all’ultima glaciazione, bisogna subito dire che anche la rimozione selettiva degli alberi durante i tagli, seppur eseguita nel pieno rispetto dei regolamenti, della autorizzazioni e dei turni (15-20 anni), crea comunque notevoli danni all’ambiente forestale ed alla relativa rete ecologica.
Una nutrita pletora di specie, unicellulari e pluricellulari, vegetali ed animali, che beneficiano di ecosistemi forestali intonsi e vetusti, come ad.esempio piccoli roditori che abbisognano di vecchi alberi come rifugio, rettili ed altri mammiferi carnivori che vogliono solo un ambiente ricco di piccole prede e d’insetti, uccelli che utilizzano rami alti e tronchi cavi per la nidificazione, svariate specie di coleotteri che depongono le uova nel legno marcescente, piante erbacee ma anche arbustive e rampicanti che crescono solo in luoghi indisturbati, per di più umidi ed ombrosi ecc., vengono allontanati o, ancor peggio, eliminati dai continui tagli, ripeto, anche quando effettuati nel pieno rispetto delle normative e dei turni.
E’ mia diretta esperienza personale di microfaunista, dedicato per lo più a ricerche sui popolamenti dei Ropaloceri italiani e paleartici ( i Lepidotteri diurni -Rhopalocera- sono importantissimi indicatori ecologici o “bioindicatori” perché ogni specie è in grado di connotare i diversi ambienti, offrendo la possibilità di valutare il livello del danno ambientale e la relativa risposta degli ecosistemi), che qualsiasi bosco nostrale che abbia subito ceduazione, seppur non recente, presenti scarsa o quasi nulla biodiversità, un sostanziale appiattimento ecologico che ritroviamo anche in molte aree agricole abbandonate.
Il professor Franco Tassi, ecologo ambientale e naturalista di spessore, che spesso e con molta lucidità analizza l’impatto umano sugli ecosistemi forestali da un punto di vista olistico, scrive dei periodici tagli alla vegetazione forestale che lasciano spesso solo “esangui boschetti cedui” e che in ogni caso, anche quando non si tratti di radi boschi degradati o di cedui ultrasfruttati, ogni bosco o foresta che si rispetti ha da subire comunque il trattamento imposto dalla “modernità”, tipo “lottizzazioni e strade, cave, elettrodotti e gasdotti, per non parlare degli incendi e delle discariche, del bracconaggio e del turismo chiassoso e cialtrone, oltre che delle varie forme d’ inquinamento (incluso quello luminoso, che di “luminoso” ha solo le luci artificiali…) e piogge acide”.
E se anche dopo qualche tempo ci fosse ricrescita, non sarebbero sufficienti anche 20 anni di tranquillità per riallacciare tutte le maglie del complesso sistema e riformare tutti i nodi della rete ecologica : quindi, le foreste temperate aumentano la loro superficie ma non il loro valore ecologico.
Ma il peggio deve ancora venire : ciò che stiamo “combinando” nelle foreste temperate con la benedizione dei dottori forestali e di alcuni gruppi di certificazione, tipo FSC (  Forest Stewardship Council), lo stiamo trasponendo nelle ultime aree boschive vergini del pianeta, con ingenti danni.
Accade nel Borneo e Sumatra, dove complessi ecosistemi forestali primari, composti da milioni di specie perfettamente integrate lasciano il posto a file di alberi piantati che - scrive ancora Cazzolla Gatti – visti dal satellite mostrano un tasso netto di deforestazione di molto inferiore a quello reale : idem in Sudamerica ed in Africa, dove pur viene praticata quella “gestione responsabile” con tagli selettivi come in Europa, ma che di “responsabile” possiede solo il nome.
La verità risiede nel fatto inconfutabile che la Natura è perfettamente in grado di gestirsi da sé e le foreste s’avvantaggerebbero immensamente della totale assenza d’interventi umani, seppur certificati, pianificati e responsabilizzati!
Gli autori succitati concludono che oggi più che mai sarebbe fondamentale un compromesso : se proprio non possiamo fare a meno del materiale legnoso nella nostra vita quotidiana, possiamo decidere di lasciare in pace per i prossimi secoli le aree forestali e destinare i tanti terreni agricoli abbandonati alla piantumazione di alberi destinati a legname, offrendo anche congrui incentivi ai privati proprietari dei cedui perché vengano convenientemente ripagati del mancato taglio : tali fondamentali iniziative si sostanzierebbero anche in assimilazione netta ed importante della CO2,
con grandi benefici per il ciclo del carbonio, oltre che per il clima globale ed il mantenimento degli equilibri forestali.
Chi scrive auspica che l’ormai famosa profezia dei Maya sull’evento del 21 dicembre 2012 sia invero foriera di una sorta di discontinuità storico-culturale col nostro passato, nel senso d’una acquisita consapevolezza olistica della Natura : secondo la quale ogni realtà complessa, come le nostre foreste, va considerata come un tutto, un vero e proprio “organismo” superiore e quasi autonomo dalla somma delle sue parti.
Solo se abbandoneremo il nostro stupido orgoglio d’esser destinati alla “plancia di comando” - un pò a mò di Schettino - potremo riacquistare l’umiltà e il coraggio di riconoscere la  nostra finitezza e la nostra ignoranza nei confronti di ambienti così complessi, variegati e stupefacenti come le foreste, da cui non si può togliere qualche elemento e presuntuosamente credere di non aver arrecato danni.
A concluderla con Bacone, poiché nessuna forza può spezzare impunemente la catena delle cause naturali, alla Natura si comanda solo ubbidendole!

                                                                                   Valentino Valentini
                                                                CO.RI.TA.  Comitato Rimboschimento TA

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